Ovidio Charlebois, Vescovo missionario Canadese
1829-1902

 

Ovidio Cherlebois nacque a Oka, nella Provincia del Québec (Canada) il 17 febbraio 1829. Entrò nel noviziato dei Missionari Oblati nel 1862. Dopo la professione religiosa si orientò verso il sacerdozio e fue ordinato nel 1887. Senza attendere oltre, paarte verso l’ovest del Canada per dedicarsi al ministero del’evangelizzazione tra i nativi. Permane a Cumbarland, da solo con i suoi nuovi amici, durante 16 anni. Nominato primo Vicario Apostolico del Keewatin fu ordinato vescovo nel 1910. Tra difficoltà estreme organizzò il suo immenso Vicariato, dando sempre esempio di una pazienza e umiltà ammirabili.Morì santamente a Le Pas il 20 novembre 1933. Il suo motto espiscopale era: “A Gesù per Maria”.

                     Foto: mons. Ovidio Charlebois a 70 anni, in visita alle missioni.


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22 Martiri Oblati di Spagna,
Madrid,28 novembre, 1936

 

 
Al luminoso e glorioso esercito dei martiri fanno parte non pochi cristiani spagnoli assassinati per odio alla fede negli anni 1936-1939, (...) durante la iniqua persecuzione scatenata contro la Chiesa, contro i suoi membri e le sue istituzioni. Con particolare odio e accanimento furono perseguiti i vescovi, i sacerdoti e i religiosi la cui unica colpa - se si può parlare così – era di credere nel Cristo, annunciare il Vangelo  e portare il popolo per il sentiero della salvezza. Eliminandoli, speravano, i nemici di Cristo e della sua dottrina, di far sparire totalmente la chiesa dal suolo di Spagna”. (Giovanni Paolo II, Cause dei Santi, 1992).

 
Vittime della persecuzione religiosa

          Il triennio 1936-1939 fu un anno di sangue e di martirio per la Chiesa in Spagna. In quella persecuzione religiosa ci furono migliaia di persone che soffrirono morte violenta, torturati e fucilati esclusivamente perché erano credenti, indossavano una veste o un abito, per essere sacerdoti o religiosi che esercitavano un’attività pastorale nelle parrocchie, nelle scuole o negli ospedali, o per essere laici ferventi, compromessi per la propria fede in Gesù Cristo.
          Il sacerdote e giornalista Antonio Montero, attualmente arcivescovo emerito, nella tesi per il dottorato Storia della persecuzione religiosa in Spagna documenta una statistica dei 6.835 ecclesiastici sacrificati nella persecuzione: 12 vescovi, 4.172 sacerdoti del clero diocesano, 2.365 religiosi e 283 religiose. Non è stato possibile redigere una cifra approssimativa dei laici cattolici assassinati perché credenti.
È legittimo parlare del martirio in senso proprio e genuino. Così lo fecero ai loro tempi sia i vescovi spagnoli sia lo stesso papa Pio XI. In questa maniera lo ha inteso il buon popolo credente che assistette agli avvenimenti e che aspetta che un giorno lo proclami la Santa Chiesa.

Narrazione sui martiri di Pozuelo

          In questo clima generale di odio e fanatismo antireligioso si può collocare il martirio di 22 Oblati: padri, fratelli e scolastici, a Pozuelo de Alarcón (Madríd). I Missionari Oblati di Maria Immacolata si erano insediati nel quartiere della stazione di Pozuelo nel 1929. Esercitavano il servizio in qualità di cappellani, in tre comunità di religiose. Collaboravano pastoralmente anche nelle parrocchie vicine: ministero della reconciliazione e predicazione, specialmente in quaresima e settimana santa. Gli scolastici oblati insegnavano catechismo in quattro parrochie e la corale oblata solennizava le celebrazioni ligurgiche.
Quell’attività religiosa cominciò a dare nell’occhio ai comitati rivoluzioniri (socialisti, comunisti e sindacalisti, laicisti radical) del quartiere della stazione. Con grande preoccupazione dimostrarono che “i frati” (così li chiamavano) erano la locomotiva che animava la rita religiosa a Pozuelo e dei dintorni.
          La comunità religiosa degli Oblati non si lasciò intimidire. Si impegnò e raddoppiare le misure di prudenza, di serenità, di calma, assumendo il compromesso di non rispondere a nessun insulto provocatore. Certamente nessun religioso si immischiò in attività politiche neanche occasionalmente. Ciononostante proseguì il programma di formazione spirituale e intellettuale senza rinunciare alle diverse attività pastorali che facevano parte del programma di formazione sacerdotale e missionaria degli scolastici.
          Malgrado le minacce rivuluzionarie sempre più aggressive, i superiori oblati non immaginavano che la situazione diventasse grave. Non passava per la loro testa che un giorno potessero essere vittime di tanto odio a causa della loro fede in Dio. Il 20 luglio 1936 giovani socialisti e comunisti scesero in piazza e provocarono nuovi incendi a chiese e conventi, particolarmente a Madrid. I miliziani di Pozuelo, dalla loro parte, assaltarono la cappella del quartiere della stazione,  portarono in piazza gli ornamenti e le immagini e, improvvisando un’orgia sacrilega, le incendiarono. Incendiarono quandi la cappella e ripetettero la scena nella parrocchia del popolo.
         Il 22 luglio, alle tre del pomeriggio, un nutrito contingente di miliziani, armati di fucili e pistole, assaltò il convento. La prima cosa che fecero fu di arrestare i religiosi, erano 38, e rinchiuderli in un locale ristretto sotto stretta vigilanza con la minaccia delle armi. Fu un momento di tensione terribile tanto che tutti credevano fosse arrivata l’ora della morte. Dato l’atteggiamento nervoso, grossolano e scomposto dei miliziani non c’era da aspettare altro.
Subito dopo i miliziani procedettero alla perquisizione minuziosa della casa in cerca di armi. Le sole cose che trovarono furono quadri religiosi, immagini, crocifissi, rosari e vesti sacre. Dai piani superiori, tutto fu gettato lungo il vuoto delle scale al piano inferiore per distruggerlo con il fuoco in mezzo alla piazza.
          Gli Oblati furono fatti prigionieri in casa propria, messi insieme nella sala da pranzo, le cui finestre avevano le inferriate. Fu la prima prigione.

Prime vittime

          Il giorno 24, circa le tre della mattina, vengono fatte le prime esecuzioni. Senza interrogatorio, nessuna accusa, senza alcun tribunale, senza difesa, chiamaronosette religiosi e li separarono dal resto. I primi condannati furono:
          Juan Antonio PÉREZ MAYO, sacerdote, professore, 29 anni.
          Manuel GUTIÉRREZ MARTÍN, studente suddiacono, 23.
          Cecilio VEGA DOMINGUEZ, studente, suddiacono, 23
          Juan Pedro COTILLO FERNÁNDEZ, studente, 22
          Pascual, ALÁEZ MEDINA, studente, 19
          Francisco POLVORINOS GÓMEZ, studente, 26
          Justo GONZÁLEZ LORENTE, studente, 21

          Senza nessun tipo di spiegazione furono fatti salire sulle macchine e portati al martirio.
Il resto dei religiosi rimase nella casa e dedicava il tempo di attesa a pregare e prepararsi a ben morire.
          Qualcuno, probabilmente il sindaco di Pozuelo, comunicò a Madrid il rischio che correvano i restanti e quello stesso giorno 24 di luglio arrivò un camion di guardie di assalto con l’ordine di portare i religiosi alla Direzione Generale di Sicurezza. Il giorno seguente, dopo aver compiuto delle pratiche, inaspettatamente stabilirono di liberarli.

Clandestinità e Calvario a Madrid

          Cercarono rifugio in case private. Provinciale si arrischiava e sviava per dar loro animo e portare la comunione. Però nel mese di ottobre, ordine di ricerca e di cattura, furono arrestati di nuovo e portati in carcere. Soffrirono un lento martirio di fame, freddo terrore e minacce. Alcune testimonianze di sopravvistuti parlano come accettarono con eroica pazienza quella difficile situazione che faceva intravedere la possibilità del martirio. Regnava tra di loro la carità e un clima di preghiera silenziosa.
          Nel mese di novembre arrivò la fine di quel calvario per la maggior parte di loro. Il giorno 7 fu fucilato il padre José VEGA RIAÑO, sacerdote e formatore, di 32 anni e il fratello studente  Serviliano RIAÑO HERRERO, di 30. Questi, alla chiamata del carnefice, poté avvicinarsi alla cella del P. Mariano Martín e chiedere l’assoluzione sacramentale attraverso lo spioncino.

La mattanza a Paracuellos

          Venti giorni dopo venne il turno per gli altri tredici. Il procedimento fu lo stesso per tutto, Non ci fu denuncia, né giudizio, né difesa, né spiegazioni; solo la proclamazione dei loro nomi da potenti altoparlanti:
          Francisco ESTEBAN LACAL, superiore Provinciale, 48 anni.
          Vicente BLANCO GUADILLA, superiore locale, 54 anni.
          Gregorio ESCOBAR GARCÍA, sacerdote fresco ordinato, 24 anni.
          Juan José CABALLERO RODRÍGUEZ, studente, suddiacono, 24 anni
          Publio RODRÍGUEZ MOSLARES, studente, 24 anni.
          Justo GIL PARDO, studente, diacono, 26 anni.
          Angel Francisco BOCOS HERNÁNDEZ, fr. coadiutore, 53 anni.
          Marcelino SÁNCHEZ FERNÁNDEZ, fr. coadiutore, 26 anni.
          José GUERRA ANDRÉS, studente, 22 anni.
          Daniel GÓMEZ LUCAS, studente, 20 anni.
          Justo FERNÁNDEZ GONZÁLEZ, studente, 18 anni.
          Clemente RODRÍGUEZ TEJERINA, studente, 18 anni.
          Eleuterio PRADO VILLARROEL, fr. coadiutore, 21 anni.

          Si sa che il 28 novembre 1936 furono fatti uscire dal carcere, condotti a Paracuellos de Jarama e lì fucilati. Uno studente omi che andava su un altro camion legato gomito con gomito al P. Delfin Monje che furono misteriosamente risparmiati vicino al posto dell’esecucione, disse al suo compagno: Padre, mi dia l’assoluzione generale e tu dici l’atto di contrizione che ci arriva alla fine. Il padre, 18 anni più tardi si rammaricava: Che peccato non esser morto allora! Non sono stato mai così preparato!
          Non è stato possibile ottenere informazioni di tesimoni oculari sul momento dell’esecuzione di quei 13 servi di Dio. Solo il becchino dichiarò: Sono completamente convinto che il 28 novembre 1936 un sacerdote o religioso chiese alle milizie che gli permettessero di dire addio a tutti i suoi compagni e dar loro l’assoluzione, grazia che gli fu concessa. Una volta che ebbe terminato, pronunziò ad alta voce queste parole: “Sappiamo che ci uccidete perché siamo cattolici e religiosi. Lo siamo. Tanto io come i miei compagni vi perdoniamo di cuore. Viva Cristo Re!”. C’erano alcuni religiosi di altri Istituti, della stessa “estrazione”, che furono fucilati insieme; però, per il domicilio che diede questo testimone, pare che fu il P. Provinciale degli Oblati il protagonista di questo gesto. Altri vorrebbero attribuirlo al P. Avelino, Provinciale degli Agostiniani.
          Il neo sacerdote Gregorio Escobar aveva scritto alla sua famiglia: “Sempre mi hanno commosso fino al più profondo dell’animo i racconti dei martiri che sono sempre esistiti nella Chiesa, e mentre li leggo sento  un segreto desiderio di andare incontro alla stessa sorte. Sarebbe questo il miglior sacerdozio a cui potrebbero aspirare tutti i cristiani: offrire tutti a Dio il proprio corpo e sangue in olocausto per la fede. Che fortura sarebbe morir per Cristo!
È documentato nel processo diocesano che tutti morirono facendo professione e fede e perdonando ai carnefici e che, malgrado le torture psicologiche subite durante la crudele prigionia nessuno apostatò, né perse la fede, né si lamentò di aver abbracciato la vocazione religiosa.
          Per questo, in perfetta unanimità, i loro familiari, gli Oblati e il popolo cristiano, convinti della loro fedeltà fino alla morte, li hanno tenuti per martiri fin dal primo momento e chiedono a Dio perché la Chiesa li riconosca e li additi ai fedeli come autentici martiri cristiani.
La causa di canonizzazione, che nella fase diocesana si chiuse a Madrid l’11 gennario del 2000, è depositata ora a Roma e aspetta la decisione della santa Sede per includere nel catalogo dei martiri questi 22 Oblati Servi di Dio.



Per ulteriori informazioni: Postulazione Generale OMI, Via Aurelia 290 Roma C.P. 9061, 00100 Roma-Aurelio, Italia. Email: martinez@omigen.org

          Abbiamo a disposizione un libretto di 52 pagine, preparato dal P. Pablo Fernández Oblación, Mártires Oblatos, Madrid 1998. C’è ancora un libro di Antonio Jambrina Calvo, Mis años oblatos, che si può chiedere alla casa provinciale: Diego de León 36 bis, 28006 Madrid (Spagna). Tel + 91 411 12 12.
          Abbiamo inoltre un Bollettino informativo di questa Causa dal titolo Mártires Oblatos che è diffuso sia via internet che per stampa, gli interessati possono chiederlo sia alla casa provinciale di Spagna che alla Postulazione di Roma (vedi sopra).


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Victor Lelièvre, Apostolo del Sacro Cuore 
(1876-1956)       

 

 Un uomo sintonizzato con il Cuore di Gesù

          Nacque nella Bretagna (Francia) il 4 marzo 1876, morì nel Québec (Canada) il 29 marzo 1956. Fisicamente aveva fianchi imponenti, larghe spalle e il passo pesante ma sicuro. La  testa rotonda, da cui uscivano due occhi piccoli e vivaci, pareva mettersi in moto direttamente sopra le spalle. La voce, un pò stridula, esprimeva subito sia forza e vigore che dolcezza e bontà. Come il curato d’Ars non era né sapiente né letterato, ma si riconosceva il lui “l’uomo di Dio”.
          Vittima delle persecuzioni religiose in Francia, all’inizio del secoloXX, questo bretone tutto d’un pezzo, appena arrivato nel Québec nel 1903 si dedica a predicare il Vangelo opportunamente e inopportunamente. Da grande oratore, sa mettere in pratica in motto degli Oblati: “ mi ha inviato ad evangelizzare i poveri”. La sua fede profonda gli permette di riunire ogni anno grandi folle e “prendere la città di Québec per la festa del Sacro Cuore. Ispirandosi al Vangelo, che conosceva a fondo, può farsi ascoltare per ore da operai, giovani, sacerdoti, religiose contemplative e altri.
          Tutti i primi venerdì del mese, per 25 anni, riusciva a realizzare l’impressionante prodezza di riunire per un’ora di adorazione circa 2000 operai in tuta da lavoro. Nel 1923 fonda la casa di esercizi spirituali Gesù Operaio dove riunisce fino alla sua morte di uomini e giovani. Possiede il dono di accattivarli fino al punto da guadagnarli al Cristo e molto spesso far di loro dei veri apostoli. Una lista incompleta ci documenta il numero di 80 sacerdoti in cui ha suscitato la vocazione, di una trentina di religiosi e di più di un centinaio di religiose.

Pescatore di uomini in una locomotiva

          Un apostolo di questa tempra, lo si può immaginare facilmente, non si scompone davanti a nessun ostacolo quando si tratta di guadagnare anime a Dio. Incontra un giorno in una piazza una buona signora il cui marito lavora come macchinista di una locomotiva a vapore. “Se per caso vi incontrate con mio marito, gli dice, tentate di convincerlo che “faccia la Pasqua...adduce sempre che non ha tempo”. Alcuni giorni dopo l’Oblato aspetta il treno  sulla banchina della stazione La Perade. Durante i pochi minuti di fermata, il padre riconosce l’uomo ritto sul cavallo di acciaio. “Arturo, scendi un istante, devo parlarti”. “Impossibile, Padre, non ho tempo, parto fra due minuti”. Molto bene, lasciami salire da te”. Il Padre sale gli scalini della macchina. In un istante si trova vicino al suo uomo. Il treno parte e Arturo riscalda la caldaia della macchina. Tra una palata e l’altra di carbone l’Oblato riscalda la coscienza di Arturo, riportandolo nella misericordia del Sacro Cuore. Due giorni dopo, la stessa locomotiva cadeva in una insenatura del porto di Québec trascinando verso la morte il penitente dell’antivigilia.

Uno stampo di prete

          Un’altra avventura interessante accade in Francia, alla periferia di Parigi. Durante un viaggio in Europa, il P. Lelièvre è invitato a parlare a dei comunisti in un magazzino qualsiasi. Gli offrono come tribuna un fusto di petrolio. Durante più di un’ora riesce ad accattivarsi un centinario di “bravi cuori”. Un’altra volta li fa ridere a crepapelle, piangere, riflettere ed entrare in se stessi. Dopo un’ora si elevano grida da questa quella folla esultante: “Basta, basta!” L’oblato crede di aver sbagliato il tiro... invece no, essi cercavano solo lasciarlo riposare, servirgli vino e rilanciarlo di nuovo. Finalmente, “si fa girare il cappello”. Il Padre non è d’accordo, però lo obbligano a pendere i 210 franchi da questi operai rapiti ed entusiasti. Conservi questo per lei, gli dicono, e ci permetta di fare uno stampo di prete come lei.

Nella foto: P. Jacques Rinfret, OMI consegna la Positio di P. Lelièvre al Card. Marc Ouellet PSS, arciv. di Qébec


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Mario Borzaga, missionario martire nel Laos
(1932-1960)


“Pregava, riusciva negli studi, sognava"

          Mario Borzaga nasce a Trento il 27 agosto 1932. Da ragazzo alquanto vivace e amante dell’avventura,  provava gusto a  salire sugli alberi,  percorrere le strade della città inforcando la bicicletta troppo grande per la  sua età.  Il clima profondamente cristiano della famiglia, l’esempio dei genitori e la frequenza dell’oratorio,  hanno senza dubbio disposto l’animo del ragazzo a sentire la vocazione al sacerdozio. Nel seminario minore ebbe la fortuna di avere come confessore e padre spirituale don Eugenio Bernardi, sacerdote esemplare, molto colto e stimato, il quale infuse in Mario una grande amore per Gesù sacerdote e vittima e per la madre Maria. In quel tempo, scrive Mario, “amavo Gesù sacramentato e Maria, pregavo, la scuola riusciva bene, sognavo”.

Sogno missionario

          Da giovane, nel seminario maggiore, amava le gite in alta montagna; gli piaceva contemplare i maestosi panorami dei monti e delle valli. Siffatte preferenze verso la natura hanno fatto maturare in lui un delicato e poetico  senso di osservazione verso persone e cose che si è poi riversato nei suoi scritti. I compagni vedevano che la sua attraente immagine esterna nascondeva anche una ricchezza spirituale interiore che faceva presentire un destino più impegnativo. Infatti, dopo aver ascoltato alcune conferenze di un missionario, Mario sentì fortemente una disposizione per l’apostolato di frontiera.
          Per arruolarsi tra i missionari bisogna fare delle rinunce: vivere lontano dal calore della amata famiglia; separarsi dalla compagnia degli amici di scuola. Egli si è messo subito al lavoro nell’anno di noviziato descritto da lui come : “… anno nel quale si assaggiano le nostre possibilità di completa donazione al Signore, un anno nel quale ci si trova a rinunziare, a svuotarci completamente di noi stessi, come si svuoterebbe un sacco di immondizie, senza rimpianti, senza lamentele”. 

Un sogno che prende la forma di un dono di sé

          Durante gli studi di teologia, che hanno seguito il noviziato, si è incamminato verso un traguardo ben preciso; raggiungere la più piena conformazione a Cristo sacerdote, vittima e apostolo percorrendo due strade: l’Eucaristia e la Vergine Immacolata. L’Eucaristia è il pane spezzato frutto del sacrificio della Croce, cioè dell’amore; la Vergine Immacolata ha dato Gesù al mondo e lui deve imitarla fino a diventare come lei, donatore di Cristo.

Nel Laos: la dura realtà

          Munito di questo bagaglio, Mario ha affrontato la sua azione missionaria. Nel Laos, uno dei paesi più poveri di questa terra con una minima percentuale di cristiani, Mario a differenza degli altri missionari partiti con lui dall’Italia, ha avuto un corso tutto diverso. Mentre gli alti cinque hanno raggiunto subito un territorio, lui inspiegabilmente passò circa un anno nelle retrovie della missione. Nel diario dichiara apertamente che è stato il più duro periodo della sua vita missionaria, ma  il suo amore per il grande amico non è venuto meno; è stato il primo assaggio della durezza di quella missione.

Kiukatian

          In quell’inizio di missione il dislocamento dei missionari veniva organizzato gradatamente. Arrivò anche il turno di Mario a cui venne affidata una missione bene avviata. Ma, se era bene avviata per il missionario che partiva, era tutta nuova per lui, giovane di 26 anni. Il volume di lavoro di quella stazione missionaria era chiaramente superiore alle sue forze: cura dei cristiani già convertiti, apostolato per i lontani, apprendimento di una nuova lingua, scuola per nuovi catechisti, file giornaliere di ammalati da soccorrere. Mario ha sentito profondamente tutta la sua responsabilità. Invece di un cedimento, egli ha saputo trovare nel suo  grande amore a Gesù la forza di continuare fidando unicamente nella convinzione che era in quel posto per volontà di Dio.
          La sua breve esistenza,  27 anni ancora da compiere,  ha avuto fine nella solitudine della foresta, lungo una pista di montagna, mentre tornava con il suo catechista da un viaggio apostolico. Forse stavano parlando di progetti più avanzati, forse pregavano, oppure stavano celebrando il sacrificio di Gesù sull’altarino portatile, non si sa; sappiamo che furono sorpresi da un gruppo di guerriglieri comunisti i quali hanno interrotto per sempre, su questa terra,  la meravigliosa avventura del giovane missionario e del suo catechista.

Per saperne di più;

               Borzaga Mario, Diario di un uomo felice, Vita Trentita editrice,   Trento, 2007
            Ciardi Fabio, Il sogno e la realtà, Mario Borzaga, martire, Ancora 2005.

Nella foto: Apertura del processo diocesano. P. Marcellino Sgarbossa, già Provinciale, Mons. Luigi Bressan, Arciv. di Trento, Mons. Alessandro Staccioli OMI, vescovo espulso del Laos, compagno di P. Borzaga. Trento, Parroquia di S. Antonio.


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Il Padre Thomas, Fondatore dei Rosariani
Sri Lanka 1886-1964


Il monaco pazzo

           In realtà il vero nome di questo “rishi” (hindù: saggio ) era Bastiampillai Anthonipillai; per la sua intelligenza e applicazione allo studio i suoi condiscepoli di seminario lo soprannominaroano “il filosofo”. Il P. Luis Coquil, omi, suo professore, per esaltare la sua profonda conoscenza del tomismo, con migliore intuito, gli diede il nome del Dottore Angelico: Thomas, e così viene chiamato da allora in poi.

          Anthonipillai nacque il 7 marzo 1886 a Padiyanthalvu, un villaggio vicino Jaffna (Sri Lanka). Il neonato era così debole che si pensò non sarebbe sopravvissuto un solo giorno. Contro ogni pronostico, malgrado la sua debolezza e salute precaria, raggiungerà l’età di 78 anni. Terminati gli studi primari, entra nel prestigioso Collegio Maggiore Saint Patrick di Jaffna, diretto dagli Oblati  e nel 1903 cononerà brillantemente gli esami con la qualifica di ottimo per l’Università di Cambridge.

Vocazione fulminante

          A causa della salute delicata e la dipendenza costante da medici e medicine, aveva rinunziato all’idea del sacerdozio. Un bel giorno, durante una lezione di sacra Scrittura, il professore spiegava l’esigenza della chiamata radicale di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”(Mt 16, 24). Quelle parole furono decisive. Si fece coraggio e, contro ogni ostacolo, intraprese una corsa a ostacoli verso il sacerdozio.
Nel 1907, con altri candidati oblati, si reca a Colombo per iniziare il noviziato. Nello scolasticato, accettando i limiti che che lo rendevano inadatto al lavoro fisico, si dedicò in pieno allo studio. L’infermità si aggrava fino al punto che si pensò morisse e gli amministrarono “l’estrema unzione”, come si diceva a quel tempo. Già alle porte dell’ordinazione, per la sua debolezza fisica il vescovo si rifiuta di imporgli le mani. Lui insiste e viene ordinato il 5 gennaio 1912.

Amico degli Indù

          Il medico di famiglia diagnostica che non sarebbe vissuto a lungo. Raccomanda ai suoi superiori di assicurargli una vita calma e tranquilla. In quello stato i superiori lo mandano al collegio “San Patrizio”. Lì sviluppò un’attività smisurata. Lo incaricano della Residenza degli hindù. Gran conoscitore della letteratura hindù e dei classici hindi, intavola un dialogo serio con gli studenti. Senza nessuna ricerca di proselitismo, ma solo con la sua presenza e testimonianza, diversi studenti abbracciarono la fede cattolica, alcuni perfino il sacerdozio: tre oblati, due diocesani e un rosariano.

Pioniero degli Ashram cristiani

          Nel 1924 il Papa delle missioni Pio XI pubblica l’enciclica Rerum Ecclesiae. In essa sollecita i vescovi missionari a far sorgere comunità contemplative nei paesi di missione. Mons. Alfredo Guyomard, omi, vescovo di Jaffna, grande amico del P. Thomas, cosciente delle sue doti e delle sue conoscenze del monachesimo occidentale, lo spinge a fondare monasteri contemplativi nell’isola. “Lei è mio vescovo, dice umilmente l’oblato infermo e invalido, lei rappresenta per me Cristo e il suo vicario in terra. Se me lo ordina, io semplicemente ubbidisco”. Così, per ubbidienza, fonda una congregazione di monaci autoctoni, i Rosariani, prima comunità indigena di monaci oranti  che sorge in Asia. L’Istituto fu eretto canonicamente il giorno dell’Assunzione 1934. Nel 1948, dopo tre tentativi falliti, grazie alla decisiva cooperazione personale di suor Giovanna Maria Hompanera, spagnola, religiosa della Sacra Famiglia di Bordeaux, inferma e invalida come lui, germoglia finalmente il ramo femminile delle Rosariane. I due rami faranno fiorire nell’isola e nell’India vari ashram cristiani. 

Inculturazione e ponte interreligioso

          Grande studioso della tradizione monacale dei benedittini e trappisti, istituirà nei suoi monasteri questo genere di vita cenobitica, incarnato però nella cultura indigena: digiuno penitenziale e rigoroso 365 giorni all’anno – che tuttavia dovrà essere mitigato più in là – dieta rigorosamente vegetariana per tendere una mano agli indù, cita contemplativa, canto corale “carmatico”, invece del classico gregoriano, lavoro condiviso con i paesani per offrir loro sostentamento e promozione... Tutto questo nel massimo rispetto delle ricche tradizioni della cultura locale. Orazione e penitenza saranno i due pilastri su cui si basa questa esperienza monastica.

Il monaco pazzo di Tholagatty

          L’autentico P. Thomas, malgrado la sua sempre precaria salute, sarà un modello di stretta osservanza. Dormiva esattamente due o tre ore al giorno. Per lui e a causa del rigore del silenzio e del digiuno dei sui primi monaci e soprattutto per lasciar entrare nella comunità uomini di caste inferiori, alcuno lo chiamavano il monaco pazzo di Tholagatty (luogo della prima fondazione). Egli accettò con piacere questo soprannome come un elogio, dal momento che aveva proposto alla sua nuova famiglia religiosa come motto: “Nos stulti propter Christum”(Noi stolti a causa di Cristo) (I Cor 4,10).
          Il materialismo imperante, la povertà opprimente dei più, conseguenza della ingiusta distribuzione dei beni e il sistema delle caste erano le tre aberrazioni che cercava di correggere. Affrontò deliberatamente il sistema ancestrale delle caste ammettendo candidati di ogni casta senza distinzione alcuna, esigendo da tutti di vivere e servire animati unicamente dalla carità del Cristo. A dispetto della dura opposizione sia esterna come interna della stessa Chiesa, si mantenne firmo nella sua decisione e insisteva che il tema delle caste non doveva essere nemmeno menzionato nella comunità.

Se volete vedere un santo...

          Dopo aver sopportato lungo la sua vita serie difficultà e numerose sofferenze, la sua salute indebolita lo obbligà a essere ospitalizzato di frequente. Per questo decisero di ritirarlo dall’ashram per passare i suoi ulti giorni nell’episcopato, in compagnia dei suoi fratelli oblati. Il 26 gennaio 1964 esalò dolcemente il suo ultimo sospiro.
          Poco prima di morire ricevette la visita del superiore generale degli Oblati, P. Léon Deschâtelets. Questi, di ritorno a Roma disse agli studenti dello scolasticato internazionale: “Se volete vedere un santo andate a Tholagatty. Si incontra in questo anziato tutto ciò che suole evocare la parola santità, totto ciò che risponde all’idea che abbiamo di un uomo di Dio”.  J.M.V.

Per saperne di più:

A Saint for Sri Lanka, Biography of Rev. Fr. B.A. Thomas, O.M.I:, Philips E. Jesuthasan OMI, Oblate Scholasticate, Ampititiya, Sri Lanka.
Bastiampillai Anthonipillai, Thoma, O.M.I., Un Rosariano, Eredità Oblata 3, stampato nel Messico nel 1992 dall’Ufficio Provinciale oblato. Esiste anche in inglese e in francese: Héritage Oblat, 3, Roma, Postulazione Generale, 1992.

          Foto: Comunità di Rosariani di Tholagatty con 3 Oblati: P. Thomas, mons. Guyomard e il P. Manka